C’è un punto, nella storia del rock, dove il rigore jazzistico incontra l’ironia tagliente, dove le armonie diventano intricati labirinti e la perfezione del suono diventa ossessione. Quel punto ha un nome: Steely Dan.
Nati nei primi anni ’70 dalla mente brillante di Donald Fagen e Walter Becker, gli Steely Dan non sono mai stati una band “convenzionale”. Nessuna tournée per lunghi anni, pochissimi membri fissi, e una predilezione maniacale per lo studio di registrazione: veri e propri laboratori sonori dove ogni nota, ogni assolo, ogni battuta veniva limata fino all’estasi (o all’esaurimento dei session man coinvolti).
L’inizio: tra college, ironia e West Coast
Fagen e Becker si incontrano alla Bard College di New York. Uniti dall’amore per il jazz, per la scrittura intelligente e per il sarcasmo intellettuale, decidono di inseguire il sogno californiano, accasandosi alla ABC Records. È il 1972 e il loro primo album, “Can’t Buy a Thrill”, mescola già rock, jazz, soul e pop. Nascono hit come Reelin’ In the Years e Do It Again, pezzi che ancora oggi suonano incredibilmente freschi.
L’epoca d’oro: l’eleganza degli anni ’70
Gli album successivi — Countdown to Ecstasy, Pretzel Logic, Katy Lied, The Royal Scam — consolidano il mito. Ma è nel 1977 con “Aja” che Steely Dan firma uno degli album più iconici della musica americana. Un disco che è jazz fusion, pop, arte concettuale, tutto in uno. E che suona ancora oggi con una limpidezza e un’intelligenza fuori dal tempo.
Aja è un viaggio sonoro dove brillano collaboratori leggendari: Wayne Shorter, Steve Gadd, Larry Carlton, Michael McDonald. Una vera e propria all-star band invisibile, assemblata per creare un suono limpido e complicato come una partitura classica.
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