Haux – Seaside
Non mi va di pensare. Ne di tirare le somme, scoprire chi vince e chi perde. Ma una cosa la so: Tu non hai vinto e non vincerai.
Perché in tanti hanno visto, hanno ascoltato, hanno riconosciuto quel che fai. Tu e il tuo fottuto sistema di complicità, quel familismo amorale che si tramanda come una maledizione, con i suoi sorrisi di plastica e i suoi “simpatizzanti” pronti a chinare la testa pur di restare al tavolo.
Tu non hai vinto.
Perché non si vince occultando la verità, stracciando le storie, infangando le persone pur di continuare a trafficare nell’ombra. Non si vince cancellando, manipolando, mettendo cerotti sporchi sopra ferite che non ti appartengono. Non lasci niente. Non generi niente. Non costruisci niente che valga la pena ricordare.
E non vinceresti nemmeno se trasformassi la mia vita in una parete verticale, liscia come vetro, da scalare a mani nude.
Perché puoi provare a intrappolare i passi, ma non puoi fermare i fiumi; puoi tentare di arginare il cammino, ma non puoi contenere il mare.
Puoi illuderti di essere un destino, ma resti solo un ostacolo, un rumore di fondo, un vecchio meccanismo arrugginito che cigola ancora nella notte, nonostante il mondo chieda silenzio per rinascere.
Rappresenti la maledizione del nostro tempo: un brutto vecchio strascico che continua ad allungarsi, a insinuarsi, a replicarsi, amplificando se stesso fino a farsi sistema.
Un sistema che non sa amare, che non sa cambiare, che non sa nemmeno guardarsi allo specchio.
Eppure — paradossalmente, incredibilmente — nel frattempo mi ispiri.
Perché ogni volta che tenti di trascinare verso il basso, io vedo con più chiarezza l’alto.
Ogni volta che provi a sporcare, io mi ricordo che posso creare.
Ogni volta che ripeti te stesso, io capisco meglio chi non voglio diventare.
E forse, alla fine, la vera vittoria è proprio questa: che da tutta la tua ombra, io ho imparato a fare luce.

