CAPITOLO UNO
Per tutto quello che non sai
Questo è l’inizio.
Per tutto quello che non sai è una canzone che ho scritto nel 1983.
Fa parte di un album pubblicato nel 1985 che, per molti anni, ho preferito rinnegare. E in fondo continuo a farlo ancora oggi.
Non perché le canzoni fossero sbagliate, ma perché il risultato finale non mi rappresentava.
Troppi errori di produzione, un suono che non riusciva a uscire come lo immaginavo, mesi e mesi di studio – allora si faceva così – senza mai arrivare davvero a una forma compiuta.
Quando quel disco uscì, non riuscii più ad ascoltarlo.
Col tempo, però, una cosa è rimasta chiara:
le canzoni, quelle, reggevano.
Erano scritte da un ventenne, certo, con tutte le immaturità del caso, ma anche con uno sguardo che forse andava controcorrente rispetto all’edonismo reaganiano di quegli anni.
Un modo di guardare avanti, di immaginare conseguenze, quando intorno sembrava che nessuno volesse farlo.
Per quarantadue anni ho conservato i master originali, le pizze Studer da due pollici.
Sono rimaste lì, a prendere polvere, come restano le cose che non si è pronti ad affrontare.
Ogni tanto le guardavo e pensavo: prima o poi ci rimetterò mano.
Quel giorno è arrivato.
Questo remix non è un tentativo di riscrivere il passato.
È il primo appunto di un diario rimasto in sospeso troppo a lungo.
Un modo per riascoltare quelle canzoni senza giudicarle con gli occhi di allora.
Per tutto quello che non sai parla di un esodo dopo un conflitto nucleare.
Ma soprattutto parla delle ragioni che portano alla distruzione.
Di ciò che non si vuole vedere, di ciò che si ignora, finché non è troppo tardi.
Riascoltata oggi, questa canzone non sembra invecchiata.
Sembra, piuttosto, che il mondo abbia impiegato quarant’anni per raggiungerla.
Da qui si comincia.
Il diario è aperto.

