Appunti da un disco che non volevo ascoltare

CAPITOLO TRE — “Lo chiamano Hurricane”

È il primo gennaio.

Il giorno degli auguri, dei buoni propositi, delle frasi che cercano di guardare avanti. Io oggi, invece, guardo anche indietro. Non per nostalgia, ma per capire meglio da dove arrivano certe cose che ancora ci accompagnano.

Per questo continuo a rimettere mano, un brano alla volta, a quel disco nato tra il 1983 e il 1985: un album che per anni non ho voluto riascoltare, ma che oggi sto provando a riaprire, come si riapre una stanza rimasta chiusa troppo a lungo.

“Lo chiamano Hurricane” è una storia tipica degli anni Ottanta negli entroterra campani.

E per capirla bisogna ricordare che il 1980 è uno spartiacque: non solo un anno, ma un cambio di paesaggio.

Prima, la camorra viveva soprattutto di traffici “tradizionali”: contrabbando, pizzo, prostituzione, economia di strada. Poi arrivò il terremoto del 23 novembre 1980.

Un evento devastante e, subito dopo, una pioggia di fondi, appalti, cantieri.

È lì che la camorra cambia passo: da economia di strada a economia di appalto, da delinquenza diffusa a organizzazione affaristica capace di infiltrarsi sistematicamente nella ricostruzione.

Attorno a quel flusso di denaro si sedimenta una rete di relazioni ambigue: politica, imprese, mediazioni, favori. Un sistema che, una volta creato, non sparisce. Si normalizza.

Nel frattempo la violenza diventa quotidianità. Gli omicidi sono all’ordine del giorno, le guerre interne segnano un’intera generazione. E per molti, l’affiliazione appare come una scorciatoia: una porta dorata per “cambiare vita”, contare qualcosa, non sentirsi più invisibili.

Ma quella porta chiede un prezzo: pelo sullo stomaco, propensione alla delinquenza, e spesso anche la disponibilità a far male.

Hurricane è figlio di quel clima. Non è il cattivo e non è l’eroe. È uno che respira l’aria del tempo. Che impara posture, linguaggi, piccoli riti di appartenenza. E che, pur non essendo capace di fare davvero male, prova ad adeguarsi. Improvvisa. Finge. Finché capisce, forse troppo tardi, che quella non può essere la sua vita.

Questo remix è una pagina del mio diario. Non per fare morale, ma per raccontare come certi sistemi entrano nelle persone prima ancora che nei palazzi. E come, una volta entrati, restano.

Il diario continua.

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