Appunti da un disco che non volevo ascoltare

CAPITOLO QUATTRO — “Quanno se ne va ’a gente” (Marionette)

Questa canzone l’ho scritta nel 1983, dopo un concerto. Avevo vent’anni. E non parlava del palco, né della musica. Parlava di quello che resta dopo.

Quando se ne va la gente, resta il vento. Restano le piazze vuote, le luci artificiali, le cartacce che girano. E resta una sensazione che allora, a vent’anni, non sapevo ancora nominare: girare tante città senza vederle davvero.

È la vita di chi è sempre in movimento e, proprio per questo, spesso è fermo. Arrivi, suoni, riparti. Le città si assomigliano, i volti scorrono, il tempo passa senza chiedere permesso.

Questa canzone racconta quella stanchezza quieta, ma anche una forma di gentilezza: l’idea che basti poco , una risata, una lacrima, lo sguardo di un bambino, per sentirsi ancora parte di qualcosa.

Riascoltarla oggi non mi riporta a quei concerti. Mi riporta a quel vuoto dopo la festa, quando cade la maschera e resta solo il cuore che batte, in attesa che il tempo faccia il suo lavoro.

Questo remix non aggiunge. Sottrae. Lascia spazio al vento.

Il diario continua.

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