Capitolo 5 Mister Doppio Ruhm
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: sto remixando un disco che ho realizzato quarant’anni fa e che, così com’era venuto, non mi è mai piaciuto davvero. Per questo, dopo la sua pubblicazione, ho smesso di ascoltarlo.
Oggi sto tornando su quel lavoro un brano alla volta. Ho già condiviso i primi quattro capitoli di questo diario. Questo è il quinto.
Mister Doppio Ruhm è la storia di un mio amico d’infanzia. Aveva un talento musicale evidente, naturale. Ha cominciato prestissimo con la batteria, poi ha smesso per anni. Da adolescente ha ripreso con il basso, poi è passato alla chitarra, e infine alle tastiere. Un percorso irregolare, curioso, irrequieto. Come lui.
Non ho mai capito perché qualcuno lo chiamasse “Doppio Ruhm”. Non beveva, non faceva abuso di alcol. Il soprannome restava lì, opaco, come certe etichette che circolano senza spiegazioni, ma che finiscono per diventare identità.
Musicalmente, questo brano racconta in modo quasi didascalico gli anni Ottanta. Quel niente fritto ma ben colorato che l’edonismo reaganiano ci serviva ogni giorno come fosse libertà.
In Italia, quegli anni coincidono con una trasformazione profonda del sistema mediatico. È il periodo della rottura del monopolio della Rai, della nascita dei network privati Canale 5, Italia 1 e Rete 4, riuniti sotto il marchio Fininvest.
All’epoca eravamo in molti a sostenere la liberalizzazione dell’emittenza televisiva. La TV pubblica appariva barricata, autoreferenziale, vecchia. I nuovi media sembravano portare aria, movimento, modernità.
Ma quella modernità aveva un prezzo.
Nel giro di pochi anni, la mia generazione è stata accompagnata verso un encefalogramma piatto, tra intrattenimento permanente e una sessualizzazione insistita, ripetitiva, anestetica. Pensare, articolare un pensiero critico, smise di essere di moda. Lo divennero invece l’omologazione e l’adesione a un immaginario unico.
Oggi, paradossalmente, va meglio. Viviamo immersi in una pluralità sconfinata di informazioni che arrivano da ogni direzione. Caotica, certo. Ma pluralità.
Allora no.
Si parlava di “duopolio”, ma in realtà si assisteva a un lento travaso di potere: dalla Rai a Fininvest. Un passaggio preparato anche grazie a una rete opaca di relazioni, riconducibili alla loggia Propaganda Due, a cui aderivano figure chiave del servizio pubblico e delle istituzioni. È in quegli anni che si costruisce il trentennio successivo: un sistema mediatico concentrato nelle mani di una sola persona, capace ancora oggi di condizionare profondamente lo scenario politico italiano.
Eppure, a noi, arrivava solo la festa.
Un mondo perennemente colorato, sorridente, tropicale. La musica si faceva caraibica, leggera, ballabile. Tony Esposito esplode con Kalimba de Luna. Gruppi italiani sfornano Tropicana, Tarzan Boy e decine di cloni sonori.
Mister Doppio Ruhm vive esattamente lì dentro. Quattro accordi, un ritmo da ballare. Sono gli anni Ottanta, bellezza.
Ho faticato molto per farlo quadrare in un modo oggi per me accettabile. Lo faccio a prescindere dai like, non ho ancora capito se è l’algoritmo o se i miei follower mi odiano, ma non è questo il punto.
Questo lavoro era necessario. Quel disco era un disco sospeso. E adesso, se non altro, gli ho dato una morte dignitosa.
Del vuoto lasciato dal mainstream degli anni Ottanta parlerò nel prossimo capitolo. Per ora, prendetevi i colori di Mister Doppio Ruhm.
Il diario continua.

