Il giornalismo italiano ha iniziato a marcire quando Berlusconi ha trasformato l’informazione in un’estensione della sua volontà di potere. Da lì è iniziata la decomposizione: niente più fatti, solo fedeltà; niente più verifica, solo spettacolo; niente più giornalisti, solo figuranti di un copione già scritto. E la cosa più grave è che molti hanno applaudito, si sono adeguati, si sono messi in coda per prendere lezioni dal nuovo corso: urlare forte, spararla più grossa, distruggere il dissenso.
Vittorio Feltri è stato il figlio prediletto di questa mutazione genetica dell’informazione. Non un giornalista: un pirotecnico del degrado, uno specialista della provocazione spacciata per opinione. Per anni abbiamo assistito al suo rituale: insultare, sminuire, aggredire intere comunità, sempre con quel ghigno da “tanto è il mio stile”. E il Paese, invece di indignarsi, lo ha elevato a modello. Il berlusconismo voleva un’informazione docile e gridata, e lui gliel’ha servita su un vassoio d’argento.
E poi ci sono i suoi eredi: i Sechi, i Sallusti, e tutta quella filiera di direttori e opinionisti che hanno scambiato il mestiere di informare con quello di agitare. Gente che ha fatto carriera a colpi di semplificazioni tossiche, di tifo travestito da analisi, di “verità alternative” pronunciate con l’arroganza di chi sa che nessuno lo fermerà. È la replica infinita del modello: un giornalismo che non controlla il potere perché vuole esso stesso diventarlo.
Ma finalmente, una buona notizia.
Il Tribunale di Torino ha condannato Feltri per molestia discriminatoria dopo le sue frasi sui musulmani pronunciate alla Zanzara: “razza inferiore”, “gli sparerei in bocca”. Roba che definire indegna è un eufemismo. Dovrà risarcire l’ASGI con 20mila euro e pubblicare la sentenza sul Corriere della Sera.
Per anni ci hanno detto che era “satira”, che era “provocazione”, che “è Feltri, cosa ti aspetti?”.
Per anni abbiamo visto passare, in radio e tv, lo stesso copione: odio travestito da ironia, minacce spacciate per libertà di parola, disprezzo messo in scena come intrattenimento.
E ogni volta ci cascavano tutti: “dai, non prendiamolo sul serio”, “è il suo stile”, “è così che fa audience”.
Stavolta no.
Stavolta un tribunale ha messo un limite.
Stavolta qualcuno ha detto che no, non vale tutto.
Non puoi costruire una carriera sulla demolizione degli altri e pretendere pure l’immunità artistica.
Non puoi insultare comunità intere e chiamarlo giornalismo.
Ed è importante, sì, che finalmente ci sia un primo segnale di giustizia.
Perché la verità è semplice e brutale: questa deriva non l’ha soltanto incarnata, l’ha generata. Feltri non è un’eccezione: è il sintomo e insieme il prodotto di un sistema malato che ha scambiato l’informazione per una macchina del fango.
E ora, almeno per una volta, quella macchina si è inceppata.

