Perché non saremo mai davvero al sicuro
C’è una sensazione diffusa che molti provano da anni, ma che pochi riescono a spiegare fino in fondo: quella di vivere in un Paese dove troppe cose non tornano, dove le verità arrivano sempre a pezzi, dove eventi enormi vengono archiviati come misteri, errori, coincidenze.
L’ultima puntata di Report, con l’inchiesta sulla “pista nera” e sulle stragi del 1992, aiuta a mettere a fuoco un punto fondamentale: il problema non è il caos, è l’occultamento.
Noi siamo disorientati perché ci raccontano che tutto sia visibile, pubblico, democratico. In realtà, una parte decisiva del potere agisce da sempre fuori scena.
L’Italia è un Paese a sovranità limitata da oltre settant’anni. Non è una provocazione, è un dato storico. Il fascismo e la sconfitta nella Seconda guerra mondiale ci hanno consegnato una Repubblica formalmente libera, ma vincolata da trattati, accordi riservati e alleanze asimmetriche. Nei trattati di pace del dopoguerra gli Stati Uniti introdussero clausole che ancora oggi producono effetti, soprattutto sul piano militare e strategico.
Da allora, la presenza americana in Italia, dentro il quadro della NATO, è diventata strutturale. Basi militari sul nostro territorio, decisioni prese altrove, margini di scelta ridotti. Tutto questo è stato giustificato per decenni con un’unica parola: comunismo. Un nemico che oggi quasi non esiste più, ma che continua a essere usato come alibi permanente.
Il punto centrale, però, è un altro: questo sistema non è mai stato trasparente.
Piano Solo, Gladio, le stragi nere, la strategia della tensione, fino alle stragi del 1992, non sono episodi scollegati o “deviazioni”. Sono momenti diversi di uno stesso schema: mantenere il Paese dentro un perimetro deciso altrove, impedire che la sovranità popolare diventi davvero operativa, usare la paura, il silenzio, la confusione come strumenti di governo.
Per anni ci hanno detto che si trattava di schegge impazzite. Oggi appare sempre più chiaro che esisteva, ed esiste, un livello di potere che non risponde al voto, un sovragoverno occulto che orienta la politica, condiziona l’informazione, decide cosa può essere raccontato e cosa deve restare indicibile. Quando qualcuno prova a ricostruire questi fili, viene liquidato come “dietrologo”. È così che l’occulto si difende: screditando chi prova a renderlo visibile.
Ed è qui che entra in gioco il presente.
Per decenni questa architettura di potere è rimasta in parte invisibile perché coperta da un linguaggio moderato, istituzionale, rassicurante. Oggi, invece, stiamo iniziando a intravedere qualcosa attraverso la nebbia. Il motivo è semplice: alla guida degli Stati Uniti c’è una leadership apertamente imperialista e suprematista, che non sente più il bisogno di mascherare fino in fondo la propria visione del mondo.
Questo nuovo volto del potere statunitense, brutale e diretto, sta facendo emergere ciò che prima era più difficile vedere. Le scelte vengono imposte senza troppe mediazioni, la propaganda è meno sofisticata, l’idea di alleanza lascia spazio a quella di subordinazione esplicita. È per questo che oggi molte contraddizioni diventano evidenti: perché la copertura “soft” è saltata, e la logica di dominio si mostra per quello che è.
Lo stesso schema vale per l’Europa.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’integrazione europea solo finché è rimasta economica e commerciale. Un’Europa davvero autonoma, con una politica estera comune e una difesa indipendente, è sempre stata vista con sospetto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’Unione Europea che funziona come mercato, ma non come potenza politica, incapace di decidere davvero, sempre subordinata alla NATO, quindi agli USA.
Ogni Stato europeo ha le sue basi americane, la sua quota di dipendenza, la sua “normalizzazione” della sudditanza. L’Europa è diventata un involucro, una struttura senza operatività reale. E questa debolezza non è casuale, è il prodotto di settant’anni di vincoli e trattati.
In Italia, tutto questo si è intrecciato con un altro elemento decisivo: il controllo dell’informazione.
La P2 e il Piano di Rinascita Democratica non sono folklore da archiviare, ma una lezione su come si governa una società senza democrazia reale. Controllo dei media, impoverimento del dibattito pubblico, coltivazione dell’ignoranza. L’ascesa di Berlusconi e la sua lunga permanenza al potere, seguita oggi dai suoi eredi politici, non sono un incidente della storia, ma una conseguenza coerente.
Ecco perché parlare di “sicurezza” oggi è spesso una presa in giro.
Se non controlli le decisioni che ti coinvolgono, non sei protetto. Se ospiti basi militari senza un vero dibattito pubblico, non sei alleato, sei piattaforma. Se esegui scelte altrui, non sei sovrano.
La verità, per quanto scomoda, è semplice: il nostro disorientamento nasce dall’occulto. Non dalla mancanza di informazioni, ma dal fatto che le informazioni decisive sono state sistematicamente nascoste, e oggi, proprio perché il potere è diventato più rozzo e arrogante, iniziano a filtrare.
Finché continueremo a confondere l’obbedienza con la stabilità e la sudditanza con la sicurezza, non saremo mai davvero al sicuro.
Il primo passo politico, oggi, non è schierarsi, ma rompere l’incantesimo, smettere di accettare la nebbia come destino e pretendere finalmente trasparenza, sovranità e verità.

