Le parole della ministra Eugenia Roccella calpestano la memoria.
Dice che le gite scolastiche ad Auschwitz collegherebbero l’odio contro gli ebrei solo al fascismo e che in Italia “non abbiamo fatto i conti fino in fondo con l’antisemitismo”.
In sostanza, vorrebbe far passare l’idea che tutti i movimenti di piazza abbiano una matrice “antisemita”.
Ma chi oggi scende in piazza per Gaza — per estrazione politica, per cultura e per coscienza civile — è cresciuto nella memoria della Shoah, odiando quella barbarie e additando il fascismo e il nazismo come i responsabili del crimine più efferato dell’intera storia umana.
Per questo le parole della ministra suonano stonate, fuori luogo. Tanto più se consideriamo che, nella sua stessa area politica, non tutti riescono ancora oggi a dichiararsi antifascisti con chiarezza.
La “strategia negazionista” del “ministero della propaganda” vorrebbe stendere un’ombra lunga ottant’anni. A rimettere le cose sui binari della verità è stata la senatrice Liliana Segre — sopravvissuta ai campi di sterminio — con parole semplici e taglienti: “La verità fa male a chi ha scheletri nell’armadio”.
E in effetti l’Italia quegli scheletri li ha eccome: le leggi razziali del 1938, le deportazioni, i forni. Un passato nero, indelebile.
Ascoltando la ministra, mi sono intristito profondamente. Sono cresciuto odiando la Shoah, l’orrore e la violenza dei nazi-fascisti nei campi di sterminio. E oggi, se parli dello “sterminio dei palestinesi”, ti accusano di antisemitismo.
È assurdo. Per me è lo stesso buio: detesto ogni genocidio, passato e presente, senza sconti per nessuno.
E questo buio non è nato ieri. Affonda le radici nel Novecento, quando si promette agli ebrei una “casa nazionale” in una terra già abitata. Dopo la Shoah e la spinta a creare uno Stato, nel 1948 nasce Israele: per i palestinesi è la Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di persone.
Da allora la spirale non si è mai fermata: occupazioni, guerre, rivolte, promesse di pace mai mantenute e una prigione a cielo aperto chiamata Gaza.
Fino al 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas e la risposta israeliana che ha spalancato un incubo ancora più grande.
Oggi Gaza è diventata un camposanto.
Ospedali in fiamme, scuole rase al suolo, quartieri cancellati dalla mappa. Al 6 ottobre 2025, le vittime palestinesi civili sono la stragrande maggioranza: migliaia di bambini dilaniati, milioni di persone senza casa.
È un macello senza pietà nella zona più densamente popolata al mondo.
La ministra Roccella, forse per difendere Israele, confonde deliberatamente odio razziale e rabbia per le ingiustizie, come se fossero la stessa cosa. Ma non lo sono.
Io, che piango i sei milioni di vittime della Shoah, non odio un popolo: cerco di non chiudere gli occhi davanti a un altro massacro. Le leggi razziali ci insegnano che tacere davanti a un’ingiustizia significa prepararne di peggiori.
Ecco perché mi dispiacerebbe profondamente se il movimento ProPal venisse centrifugato dal mainstream come fosse una “moda del momento” — come già è accaduto con i movimenti NoTav, NoVax e tanti altri, trasformati in etichette per addomesticarne la protesta.
Ma qui non si tratta di una moda: si tratta di una posizione umanitaria. E come la Shoah non si cancella, così anche la lotta per la giustizia e contro i genocidi non finirà mai.
In questa Italia piena di fantasmi, in un mondo che divora innocenti, non bastano chiacchiere da bar.
La Shoah non è uno scudo per Gaza. È un avvertimento.
La storia non impara: ripete. E noi guardiamo, troppo spesso, complici nell’ombra.



