Stamattina ho avuto un’illuminazione. Stavo ascoltando Piergiorgio Morosini, il Presidente del Tribunale di Palermo, e mi ha fatto venire in mente un tassello che avevo completamente dimenticato.
Allora, volete sapere perché Tangentopoli è esplosa proprio negli anni ’90?
La risposta è semplice: la riforma del codice di procedura penale del 1989.
Prima di quella riforma, Tangentopoli esisteva già. Eccome se esisteva. Ma era intoccabile.
Vedete, nel vecchio codice Rocco il Pubblico Ministero non era centrale. Le indagini? In mano alla polizia giudiziaria. Che significa sotto i ministeri, sotto la politica.
Frammentate, lente, facili da controllare. Il PM poteva solo guardare. E quando non hai il controllo diretto delle indagini… beh, buona fortuna a smantellare un sistema di corruzione che coinvolge governo, imprese, partiti.
Ma il vero capolavoro era tutto quello che succedeva dietro le quinte.
Mettiamo che un magistrato troppo curioso iniziasse a indagare. Magari su un appalto truccato, su una tangente. Cosa succedeva?
Primo: arrivava la telefonata. Dal procuratore capo. Da un collega più anziano. “Guarda che questa è una cosa delicata. Ci sono equilibri da rispettare.” Traduzione: lascia perdere.
Secondo: il CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. Controllato anche dai partiti, ovviamente. Un magistrato scomodo? Trasferito in una sede di provincia. Oppure la carriera semplicemente si bloccava. Niente promozioni, niente incarichi prestigiosi. Il messaggio era chiaro.
Terzo: le coperture incrociate. Perché vedete, le tangenti le prendevano tutti. DC, PSI, PSDI, persino pezzi della sinistra. Quindi quando emergeva uno scandalo, c’era interesse comune a non scoperchiare il vaso di Pandora. “Se cado io, cadete tutti.” E funzionava.
Quarto: il sistema politico era inamovibile. Dalla fine degli anni ’40, sempre gli stessi a governare. Il PCI fuori per la Guerra Fredda. Nessuna vera alternanza. Chi li avrebbe sostituiti?
Le indagini che partivano finivano insabbiate. I fascicoli sparivano negli archivi. I testimoni si rimangiavano tutto. Le prove svanivano. E quando proprio non si poteva fare altrimenti? Tempi biblici. Fino alla prescrizione.
Era un sistema perfetto. Ogni pezzo proteggeva tutti gli altri.
Poi arriva il 1989. Nuova riforma. Il PM diventa il dominus delle indagini. Finalmente comanda lui. La polizia lavora sotto la sua direzione, esegue quello che dice il magistrato.
E improvvisamente… le telefonate non bastano più.
Il PM può coordinare indagini complesse da solo. Può muoversi veloce, prima che arrivino le pressioni. Può usare strategicamente le informazioni, gli arresti, le manette davanti alle telecamere. Può partire da un piccolo funzionario e risalire tutta la catena. Fino ai piani alti.
E soprattutto: può farlo in autonomia. Senza dover passare per mille filtri controllati dalla politica.
Prima? Impossibile. Tecnicamente, strutturalmente impossibile.
Certo, serviva anche il resto. La fine della Guerra Fredda che toglie la copertura ideologica al sistema. Il crollo del Muro di Berlino che rende il PCI una possibile alternativa. La crisi economica che rende la gente insofferente agli sprechi. E servivano magistrati con le palle. Come il pool di Milano: Di Pietro, Colombo, Davigo, Borrelli.
Ma senza quella riforma? Senza quegli strumenti processuali? Sarebbero stati fermati come tutti gli altri prima di loro.
Il sistema lo sapeva. Eccome se lo sapeva. Per decenni aveva rubato indisturbato proprio perché i magistrati avevano le mani legate. Non solo tecnicamente. Ma politicamente. Gerarchicamente. Socialmente.
Poi gli hanno dato gli strumenti giusti. E il castello di carte è crollato.
La Prima Repubblica è finita in due anni.
Perché vedete, non si trattava solo di Tangentopoli. Si trattava di tutto il sistema di potere. Corruzione e mafia. Due facce della stessa medaglia.
Prima della riforma del ’89, i grandi processi di mafia avevano un problema. Un problema chiamatoCorrado Carnevale, che durante la sua presidenza della prima sezione penale della Cassazione dal 1985 al 1993, annullò o rinviò a nuovo giudizio circa cinquecento sentenze
Processi che duravano anni, indagini complesse, condanne importanti… arrivavano in Cassazione e puf. Annullate per vizi di forma. Per cavilli procedurali.
Boss mafiosi condannati all’ergastolo? Liberi. Maxiprocesso di Palermo? Parzialmente smontato in Cassazione.
Era una garanzia. Per la mafia, per i colletti bianchi, per chiunque avesse le protezioni giuste. Perché il vecchio codice Rocco, con tutte le sue procedure farraginose, i suoi formalismi, i suoi mille passaggi… era perfetto per questo. Bastava trovare il cavillo giusto. E Carnevale li trovava sempre.
Poi arriva il 1989. Nuovo codice di procedura penale. Procedure più snelle. Meno formalismi bizantini. Più difficile annullare per cavilli.
E improvvisamente… il sistema inizia a scricchiolare.
I processi reggono meglio. Le condanne tengono. I PM hanno strumenti più efficaci, più moderni. Possono costruire inchieste che non crollano al primo ricorso.
E la mafia si accorge del problema.
Perché non è solo Tangentopoli che esplode nel ’92. È tutto.
Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992. Borsellino il 19 luglio 1992. Due mesi dopo l’inizio di Mani Pulite.
Coincidenza?
No. È lo stesso sistema che crolla. Da due lati diversi.
Da una parte i magistrati di Milano che smantellano la corruzione politica. Dall’altra i magistrati di Palermo che colpiscono Cosa Nostra. Entrambi usano gli stessi strumenti: quelli che la riforma del ’89 gli ha dato.
La mafia capisce che non può più controllare i processi come prima. Che Carnevale non basta più. Che il nuovo codice rende tutto più difficile.
E reagisce come sa fare. Con le bombe. Con le stragi.
Perché negli anni ’80 c’era stato un patto. Non scritto, ma reale. Lo Stato faceva finta di combattere la mafia. La mafia faceva finta di essere invisibile. E quando qualcuno – Falcone, Borsellino, pochi altri – rompeva le regole e indagava davvero? Arrivava Carnevale. Arrivava la prescrizione. Arrivavano le pressioni politiche.
Il sistema teneva.
Ma nel ’92 il sistema non tiene più. Mani Pulite dimostra che i potenti si possono toccare. I processi di mafia dimostrano che le condanne possono reggere. Il vecchio patto salta.
E la mafia scatena la strategia stragista. Falcone. Borsellino. Via D’Amelio. Poi le bombe del ’93: Firenze, Milano, Roma.
Il messaggio è chiaro: “Volevate cambiare le regole? Ecco cosa succede.”
Ma ormai è troppo tardi. Il dado è tratto. La Prima Repubblica è finita. Carnevale viene indagato e poi prosciolto, ma la sua stagione è comunque chiusa.
I nuovi strumenti processuali restano.
Per un po’.
E adesso?
Adesso c’è la riforma Nordio.
E qui casca l’asino. Perché questo governo vi racconta una storia. Una storia bella, semplice, da slogan.
“Garantismo”. “Separazione delle carriere”. “Giustizia giusta”. “Basta toghe rosse”.
Parole che suonano bene. Che sembrano tutelare i cittadini. Che parlano di diritti, di garanzie.
Ma quello che stanno davvero facendo è un’altra cosa. Molto più complessa. Molto più difficile da spiegare a un paese di analfabeti funzionali che si fermano allo slogan.
Stanno smontando pezzo per pezzo quello che la riforma del ’89 aveva costruito.
Limitare i poteri del PM. Ridurre l’autonomia delle indagini. Più garanzie procedurali – che poi vuol dire più cavilli, più formalismi, più modi per far saltare i processi.
È un salto nel passato. Un ritorno alla corruzione omertosa della Prima Repubblica.
Il sogno di Berlusconi, lo capite? Lui che con Mani Pulite ci ha combattuto per trent’anni. Lui che ha costruito un impero politico sulla retorica anti-magistratura. “Le toghe rosse mi perseguitano.” “La giustizia è politicizzata.” “Io sono vittima.”
E nel frattempo? Processi su processi. Condanne. Prescrizioni. Amnistie. Il cerchio che non si chiude mai.
Non ha fatto in tempo a vedere questa riforma approvata. Ma i suoi sì. La stanno facendo. Pezzo per pezzo.
E la chiamano “garantismo”. La chiamano “tutela dei diritti”. La chiamano “riforma della giustizia”.
Ma quello che stanno davvero facendo è ripristinare la corruzione sistemica delle istituzioni italiane.
Per tutelare chi? I cittadini?
No. Per tutelare quelli come la Santanchè. Come Salvini. Come tutti quelli che siedono al governo con processi in corso, con accuse pendenti, con bilanci in odore di truffa.
Perché a questo governo non interessa proteggere i cittadini. Interessa proteggere se stesso. Chi governa, chi comanda, chi ha le mani nei soldi pubblici.
E la cosa tragica? Che è difficile spiegarlo. Richiede memoria storica. Richiede capire come funzionano le procedure penali. Richiede collegare i punti tra il 1989, Mani Pulite, le stragi, Carnevale, e quello che sta succedendo adesso.
E la gente? La gente sente “separazione delle carriere” e pensa “ah, giusto”. Sente “garantismo” e pensa “ah, bene, più diritti”.
Non capisce che stanno smontando gli strumenti che hanno permesso di mettere in galera boss mafiosi e politici corrotti.
Non capisce che stanno ricostruendo il sistema che Falcone e Borsellino sono morti per abbattere.
Non capisce che stanno riportando l’Italia a quando chi rubava dormiva sonni tranquilli.
Perché è complicato. E gli slogan sono semplici.
E così, mentre parlano di “giustizia giusta”, stanno riportando tutto allo status quo ante.
Quando i potenti erano intoccabili. Quando le indagini si fermavano con una telefonata. Quando il sistema proteggeva se stesso.
La storia insegna. Ma insegna a tutti.
Anche a quelli che vogliono ricostruire quello che Mani Pulite aveva distrutto.
Il sogno berlusconiano si avvera. Postumo, ma si avvera.
E la chiamano riforma.
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