Roger Waters : Quando non ci si volta dall’altra parte (When you don’t turn away)

Mi ha profondamente commosso ascoltare Roger Waters nell’intervista al Fatto Quotidiano.
È stata una sensazione bellissima e insieme inquietante. Perché quando un uomo che ha tutto — fama, denaro, libertà — sente il bisogno di parlare così, capisci che non è retorica: è allarme.

Non importa quanti soldi tu abbia: siamo tutti messi all’angolo da una congiuntura planetaria in cui l’aria sta diventando irrespirabile.
Irrespirabile non solo per la democrazia, ma per i diritti umani, per l’idea stessa di umanità.

Questa sensazione ha consolidato una convinzione che già avevo, rafforzata anche da una lunga chiacchierata con Fiorella Mannoia qualche giorno fa:
chi ha una certa età, chi ha visto, capito, collegato i punti, ha il dovere di parlare.
E se serve, anche urlare.

È per questo che da mesi scrivo sui social quello che sento rispetto alla deriva che sta prendendo il nostro Paese e il mondo intero.

I Bolsonaro, i Trump, le Meloni, gli Orbán — e tutti gli altri — hanno un obiettivo comune:
demolire le democrazie, costruite con il sangue delle resistenze.
Democrazie spesso imperfette, certo, ma vive.
Il pericolo fascista non è mai scomparso: ha semplicemente imparato a divorare l’ospite dall’interno.

A farla da padrone è il populismo, amplificato e legittimato da media sempre più controllati.
Il metodo è quasi sempre lo stesso:
creare nemici del popolo, alimentare odio, dividere.

Il nemico è sempre il diverso:
l’immigrato,
le persone LGBTQ+,
i musulmani,
le persone nere.

Ma soprattutto esiste una grande categoria che le contiene tutte: la povertà.

Ogni giorno, attraverso un’informazione deviata, si costruisce questa narrazione tossica.
Vicino alla parola “Islam” deve esserci sempre un’altra parola sanguinaria: “terrorista”, “attentato”.
E sopra tutte svetta “immigrato”, meglio ancora se accompagnato da “clandestino”, così l’odio monta più in fretta.

Si provoca scientemente la paura.
Si prendono le vite miserabili di chi è costretto a lasciare il proprio Paese — senza lavoro, senza futuro, spesso fuggendo da violenze e guerre causate da altri uomini assetati di potere — e le si mette sotto un microscopio deformante.

Il mainstream va a nozze con quelle immagini notturne:
uomini di colore ubriachi, minacciosi, pronti a stuprarti.
Stranamente ci sono sempre le telecamere, ma quasi mai la polizia.
E attenzione: la polizia non dovrebbe mai “sparare un colpo in testa”, come sta accadendo negli USA.

Io penso una cosa molto semplice:
chi nasce al mondo ha diritto a vivere.
Non è colpa sua se le risorse del pianeta sono nelle mani di pochissimi.

Oggi l’1–1,6% della popolazione adulta mondiale controlla quasi la metà della ricchezza globale.
È un dato, non un’opinione.

Vige il principio della proprietà senza limiti, qualcosa di profondamente ingiusto e insostenibile.
Ed è per questo che si stanno preparando a smantellare, una dopo l’altra, tutte le leggi che tutelavano i più deboli, per arrivare a un solo principio:
la legge del più forte.

Prepariamoci a salutare l’uguaglianza e l’equità.
Prepariamoci a una giustizia — già malata — sempre più sotto il controllo dei potenti.
Prepariamoci a scorribande del potere che resteranno impunite, mentre le ultime voci del giornalismo libero verranno messe a tacere.

Per questo è fondamentale capire, opporsi, parlare, spiegare.

So che non è facile.
Ho un parametro infallibile per capire dove vuole portarci questa informazione deviata:
ascolto alcune signore anziane, bombardate dalle reti generaliste.
Ripetono gli stessi slogan, a rotazione:
una volta Garlasco,
una volta le risse notturne,
una volta la criminalità degli “extracomunitari”.

Crimini gravi, certo.
Ma usati scientemente per legittimare l’odio verso intere comunità.

Poi arriva l’Islam, i crocifissi nelle scuole, la paura che “un giorno pregheremo tutti verso la Mecca”.
Ignorando un principio basilare: la laicità dello Stato, che serve proprio a tutelare la libertà di tutti.
Se voglio essere buddista, qual è il problema?
Ognuno è libero di credere al proprio “ciuccio che vola”.

Siamo in pericolo.
E il fatto che uomini ricchissimi come Roger Waters — che un giorno potrebbero vivere in cittadelle blindate, protette da mercenari, mentre fuori resteranno solo ghetti di poveri — ci stiano mettendo in guardia, mi spaventa profondamente.

Amici — e non mi rivolgo alla signora bionda con le labbra a canotto e l’empatia di un dobermann, fan di Emilio Fede, di Berlusconi, oggi urlatrice seriale —
siamo messi male.

E tocca a ognuno di noi fare la propria parte:
diffondere,
sensibilizzare,
svegliare.

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