C’è un’immagine che non mi abbandona: il backstage dell’Ariston, anno 1990. Intorno a me il gotha della musica mondiale. I Depeche Mode che provano Enjoy the Silence, Sinéad O’Connor che lancia Nothing Compares 2 U. Erano lì, a un palmo di naso, nei camerini vicini al mio. Io ero lì con mio fratello Pasquale, che oggi non c’è più, con Maurizio e Germano. Eravamo i Radio Bonn, eravamo i reduci di quegli anni ’80 elettrici, avevamo vent’anni e un’ambizione che ci bruciava dentro.
Il palco dell’Ariston non è solo legno e luci; è un conduttore elettrico ad alta tensione. Ti scarica addosso tutto il peso di un’industria che, all’epoca, era un muro di gomma.
Per arrivare su quel palco ho consumato i divani di decine di direttori musicali. Funzionava così: file interminabili, anticamere umilianti, per poi scontrarsi con il “Filtro”. Uomini che decidevano della tua vita artistica in base a calcoli che con la musica avevano poco a che fare. Il filtro era chi metteva i soldi, e chi metteva i soldi si sentiva in diritto di fare da arbitro assoluto del gusto.
Ho passato i successivi trent’anni a cercare di dimenticare. La delusione è un acido che scava piano. Ti convincono che, se non sei esploso come volevano loro, forse il problema sei tu. Poi, la vita ti regala prospettive strane. Anni dopo, guardando un film, rimango colpito dalla bruttezza della colonna sonora. Roba fastidiosa, priva di anima. Aspetto i titoli di coda per dare un nome a quel disastro e, sorpresa: era lo stesso “genio” che anni prima filtrava le mie proposte, bocciandole.
In quel momento mi sono sentito leggero, ad essere nudo non ero io.
Oggi, dopo 46 anni da quel giorno, non voglio più dimenticare. Voglio ricordare quel ragazzo che non si arrendeva mai.
Riprendo in mano Notte di Strada, il brano che portammo a Sanremo. Voglio chitarre cattive, moderne, che suonino come la consapevolezza di oggi.
La discografia di allora era un’industria pesante. Oggi siamo noi a possedere i mezzi di produzione. Mio fratello Pasquale non può sentirlo, ma so che l’energia è la stessa di quando avevamo vent’anni.
Restate sintonizzati. Questa storia ha ancora molto da dire.

